Non sono uno di quelli patriottici che ama tutto del proprio Paese. In realtà sono sempre piuttosto critico verso il sistema italiano, quello fatto di amici di amici di amici, di figli di, di burocrazia lancinante e scansafatiche. Pianifico tutt’ora una fuga dall’Italia e critico in continuazione i mezzi pubblici di Roma, il caos delle città perché poco organizzate, i pochi spazi verdi al ridosso delle stesse, ma anche la possibilità di non fare il refill gratuito di Coca Cola da McDonald’s (cosa gravissima…).

Le piazze dei paesini piene di bambini la domenica e vuote durante la settimana; le immancabili nonnine che si riuniscono nel primo pomeriggio e che amano parlare di acciacchi, medicine e gossip di paese; i vecchietti che seguono i lavori, braccia dietro la schiena e quelli che invece comprano il gratta e vinci al bar sotto casa. Routine che vanno avanti da anni e forse un giorno svaniranno con le nuove generazioni.
Dell’Italia amo vedere le viette e le signore che si affacciano e ti scrutano, quelle casette con le persiane verdi dalle quali senti il telegiornale a volume altissimo e odori di lasagna e pollo con le patate; la signora che spazza, quella che stende, l’altra che prende la sedia di plastica bianca e contempla la strada. I panni stesi all’aria e le mollette sbiadite dal sole.
Amo l’Italia genuina, fatta di cose semplici. Non amo quell’Italia incentrata sul “Di chi sei figlio?” detto da un tizio qualunque per darti un posto di lavoro non meritato. Amo l’ Italia che dà più importanza al “Di chi sei figlio?” detto da una signora anziana per capire chi è tua mamma, tuo papà o tua nonna e vedere se ti conosce da quando sei piccolo e regalarti un sorriso.
