La sveglia alle 6:45 rimbomba nella piccola camera. Fuori è ancora buio e la temperatura non arriva a 10 gradi. Mi preparo per raggiungere il punto d’incontro dal quale uno shuttle ci porterà ai Sette Laghi di Rila e poi al monastero. In cinque minuti di taxi e circa 3€ siamo davanti alla cattedrale di St. Alexander Nevski dove il van con una decina di turisti tra italiani, americani e australiani, è già acceso e pronto a partire. Ci viene spiegato come visitare le montagne, quanto tempo abbiamo e gli orari di partenza per il monastero.
Usciamo dalla città mentre il sole mi riscalda dal finestrino e passiamo lungo strade alberate, salendo in alto e lasciandoci Sofia alle spalle.
È ora di iniziare la scalata: bisogna prendere una funivia per arrivare fino in cima, da dove possiamo scegliere i vari percorsi da fare.
Saliamo sul sedile da due posti e subito veniamo accolti dal silenzio assoluto che regna tra i boschi di abeti, interrotto solo dal cigolio dei cavi in acciaio della struttura. Venti minuti più tardi, raggiungiamo la cima: qui c’è una baita nella quale non vedevo l’ora di prendere un caffè e magari anche una torta al cioccolato, ma mi arrendo poco dopo essere entrato. L’odore non è dei migliori, è piuttosto trascurata e non c’è nessuno. Bene, iniziamo la scalata senza caffè. E senza torta al cioccolato. Come quella volta in Vietnam, anche senza scarpe giuste.
Il cartello della mappa è rovinato e ingiallito, non si capisce molto. Ma la guida a Sofia ci ha consigliato di prendere il percorso giallo e poi quello rosso per tornare. Ci accodiamo ad una coppia di indiani e ad un uomo dall’accento dell’Europa dell’est, per poi perderli di vista poco dopo perché veniamo distratti dal primo lago. La vista è mozzafiato e sotto di noi lo specchio d’acqua di origine glaciale riflette le montagne innevate.
Ci orientiamo grazie alle poche rocce segnate di giallo che troviamo, percorrendo salite tra pietre pericolanti e ruscelli, fango e neve sciolta.
Alcuni tratti sono in salita, altri invece scendono a picco per due metri d’altezza e siamo costretti a scendere da seduti.
Il secondo lago che incontriamo è quello che alla fine della giornata si aggiudica la medaglia d’oro per il più bello. Sarà che erano ormai passate due ore e ci siamo fermati lì a mangiare il panino preparato al supermercato, sarà perché è considerato il più limpido dei sette. Si chiama infatti Salzata, che significa “lacrima”.
La scarpinata continua salendo sempre più su, quando due ragazze che ci indicano la direzione giusta da seguire. Preoccupati di non tornare in tempo per prendere lo shuttle che ci porterà al monastero di Rila, acceleriamo il passo. Facile a dirsi, difficile da mettere in pratica quando hai delle semplici Nike e devi salire su rocce appuntite e passare sul fango scivoloso.
Un altro lago, un’altra pausa. Guardo la neve luccicare al sole e sciogliersi pian piano. Ci sono quattro gradi ma fa caldo e il mio naso inizia a diventare rosso (come al solito).
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Finalmente, proprio quando siamo confusi su dove andare, ci ricongiungiamo con i due indiani e il tizio dell’est Europa. Ok, ora siamo sul percorso rosso, quello che la guida ci aveva detto di seguire al ritorno.
Saliamo sempre di più e riusciamo a vedere altri due laghi. Il panorama che si presenta è questo qui. Una sorta di valle dei re molto più fredda.
Il periodo migliore per visitare le montagne della Bulgaria è d’estate perché durante le stagioni più fredde l’acqua ghiaccia fino a raggiungere due metri di spessore. Non è il nostro caso perché pur essendo ottobre, la giornata è meravigliosa.
Rischio di cadere quasi 10 volte come da mia abitudine, fortunatamente però le scivolate si fermano prima che io tocchi il fango.
La discesa si rivela più difficile della salita sia per il terreno scivoloso, sia per alcuni tratti completamente ricoperti da neve. Un signore giapponese con i mocassini cammina verso di noi, salendo, e poi scompare dietro la vallata. “Come farà?” mi chiedo.
Finalmente, quattro ore dopo siamo tornati al punto di partenza. Nello chalet, con qualche difficoltà per via dell’assenza di personale, riacquistiamo il biglietto di ritorno.
Sta volta però c’è qualcun altro. Famiglie e signori di mezza età stanno mangiando in silenzio nella squallida sala, ora inondata dai colori arancioni del sole delle 2. Di lato, sulla sinistra, una signora serve il cibo e poggia un piatto appesantito da uno sformato alto dieci centimetri.
Nei venti minuti di discesa sulla funivia ascolto il fruscio degli alberi e mi copro la testa con il cappuccio del giubbotto per ripararmi dal vento gelido. In questa giornata di ottobre gli alberi iniziano ad ingiallire e le rocce bianche sotto di me, a più di 20 metri, non si distinguono dalle chiazze di neve.
È un momento di transizione tra l’autunno e l’inverno, quando il clima è confuso e scioglie la neve che aveva lui stesso creato qualche giorno prima. Uno spettacolo sconclusionato. Alla fine che me ne faccio di un caffè e di una torta al cioccolato?